6° RACCONTO
AB OVO USQUE AD MALA

Claude Monet e le sue ninfee

Un romanzo, una sinfonia

Ninfee – Claude Monet (Immagine presa dal web)

Ab ovo usque ad mala –dall’uovo alle mele– è un’espressione latina nata in riferimento all’usuale abitudine degli antichi Romani di iniziare le loro libagioni con le uova e terminarle con le mele. Il senso traslato sta a significare “dall’inizio alla fine”, dunque, in un simposio odierno, dall’antipasto al dessert.
Ho un rapporto idiosincratico con la parola antipasto, mi fa venire in mente qualcosa contro, qualcosa che si oppone, anche se in questo caso specifico anti sta a indicare qualcosa che viene prima, non qualcosa di opposto. I francesi usano la parola Amouse bouche per identificare i nostri stuzzichini, o hors d’oeuvre, letteralmente “fuori dall’opera”, cioè fuori dal menu; perfino gli inglesi, per quanto povera io consideri la loro lingua, hanno in questo caso la possibilità di usare un vocabolo molto musicale, appetizer.
Anche la descrizione che qualche cuoco saccente o sedicente fa dei suoi piatti mi è irritante: “al profumo di… con sentore di… nella loro salsa di… addirittura in letto di…”.
Immaginatevi un pesce passera (Platichthys flesus) in letto di… una poco di buono, vien subito da pensare.
Un inutile, stomachevole, pleonastico rococò, in realtà.
Il nome a me piace deciderlo alla fine, a seconda di quello che il piatto stesso mi ha via via ispirato, dalla sua genesi fino al suo compimento, per quello che mi ha fatto venire in mente, per come ha mosso i suoi passi, per come ha mosso i miei sensi. E dunque il nome può non essere sempre lo stesso per la stessa ricetta, se per esempio cambia anche uno solo degli ingredienti, o è diverso il modo in cui il piatto alla fine viene presentato, mi si presenta davanti, è di fronte a me. Perché, in definitiva, è sempre l’oggetto che si ha di fronte che impone il metodo.

È quello che fece Claude Monet dipingendo la cattedrale di Rouen dallo stesso punto di osservazione, la finestra della sua camera da letto, in giorni diversi con effetti atmosferici e dunque cromatici sensibilmente differenti, giungendo per questo motivo ad una continua rielaborazione dell’immagine dello stesso soggetto.
Ed è quello che fece per circa trent’anni con la serie delle ninfee dello stagno del suo giardino a Giverny. Fiore fluttuante, instabile, in continuo movimento sulla superficie dell’acqua, la ninfea ben rappresenta quella realtà fugace e in continuo divenire che per il movimento impressionista è appunto impressione, apparizione, realtà percepita.
La passata di ceci, gamberi e fiori di rosmarino della foto qui sotto mi ricorda le ninfee di Claude Monet, le ninfee dello stagno di Giverny, e dunque così l’ho chiamata:

Ninfee
Il mio omaggio a Fulvio Pierangelini
Maestro mi perdoni
Paul Bourget: I nostri atti ci seguono

“Che silenzio malinconico e tetro pesava in quel mattino di dicembre sulla quieta città di Cambridge nello stato del Massachusset”.
Anche l’inizio di un romanzo, la prima frase è, come in cucina l’horse d’oeuvre, l’appetizer, l’amouse bouche, l’antipasto, l’incipit che deve ben predisporre il nostro stato d’animo al proseguimento della lettura-del-pasto.
L’attacco di questo romanzo di Paul Bourget è musicale, ma di musica triste. Quel Che mi indica che il silenzio che vedo in quella fotografia non può essere Che malinconico e tetro.
Ho provato a rileggere più volte la frase.
Sottraendo alla lettura ora uno di quegli aggettivi, ora l’altro, il paesaggio cambia. Infatti, con il solo Che silenzio malinconico la fotografia mattutina risulta sì triste, ma sovraesposta per la mancanza dell’aggettivo tetro, e si ha dunque un eccesso di luce rispetto a quello che ci vuol fare vedere l’autore. Leggendo invece Che silenzio tetro l’esposizione è insufficiente e ne ho la sensazione non di una giornata scarsa di luce per il fatto che il cielo è coperto e sta nevicando, ma la sensazione che stia già arrivando la sera, se l’autore non mi dicesse, subito dopo, che invece è mattina.

È esattamente la stessa fotografia, se trasportata in cucina, di un piatto di prosciutto e fichi, o di pecorino e miele, dove la sapidità di un ingrediente contrasta e riequilibra il dolce un po’ stucchevole dell’altro, e dove, se uno dei due ingredienti viene a mancare, il risultato è totalmente differente.
La cucina moderna opera su molti di questi contrasti: caldo-freddo; dolcezza-sapidità; cremosità-croccantezza, grassezza-acidità; cotto-crudo; ma anche i nostri vecchi, ritornando alla tradizione, forse inconsapevolmente facevano le stesse cose. So di gente che in uno dei nostri piatti più tradizionali, i passatelli in brodo, ancora oggi aggiunge qualche goccia di limone. Sicuramente, se gli si chiede perché, la risposta sarà perché è buono, perché mi piace.
È buono, mi piace semplicemente perché l’acidità del limone riequilibra la grassezza del brodo (che al tempo di mia nonna era un brodo sicuramente molto più grasso di quello che si consuma oggi).
Ma l’esempio più semplice da fare è il pane col prosciutto. Infatti questo è il motivo secondo me per cui in certe regioni come l’Emilia, dove il prosciutto è dolce, si fa un pane salato, invece in altre come nelle Marche e in Toscana, dove il prosciutto è salato, si fa un pane sciapo.
Il pane in funzione di.

Ludvig van Beethoven: Sinfonia nr. 5 in do minore

In musica, col primo movimento Allegro con brio della Sinfonia numero 5 in do minore, Beethoven ci offre l’attacco forse più conosciuto dell’intero panorama di musica classica: il motivo delle quattro note del destino che bussa alla porta, un antipasto che ci esorta a non essere sordi al divenire, perché alla fine, in qualche maniera, l’esattore viene a chieder dazio, e tutti prima o poi arriviamo all’ultima portata, al dessert, che in relazione all’ l’happy end di un pasto, spesso è un piatto dolce. Ma se racconta invece l’attimo ultimo di un’esistenza, ben difficilmente può esserlo, e se i nostri atti non hanno mancato di seguirci, la sola possibilità è che il tempo li abbia alleggeriti della loro pesantezza, in modo da lasciar spazio a una Speranza.

Allora potremo considerare quel movimento rotondo del Direttore d’orchestra che pone fine alla Sinfonia con la mano che si chiude, un abbraccio che ci accoglie, l’atto cosciente di chi sa di custodire, stretto nel pugno, qualcosa di importante.

Riccardo Muti
Sinfonia nr. 5 op. 67 – Ludwig van Beethoven

Senza questa consapevolezza, sarebbe solo il gesto di un acchiappamosche.

Una nota curiosa:
il termine dessert deriva dal francese desservir, che indica esattamente l’opposto di servir, servire.

Dunque significa: sparecchiare la tavola.

Acta est fabula – Il dramma è finito

Augusto morente

12/III/2021

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2022-03-29T23:44:49+02:00

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