
L'AMICIZIA DI UNA COMPAGNIA: le radici della terra di mezzo
Nel Signore degli Anelli i personaggi sono chiamati a aderire ad una missione che è innanzitutto individuale, tra cui prima di tutti quella di Frodo, chiamato a portare l’Anello – lui solo – fino al Monte Fato, e così diventare il grande eroe hobbit della Terza Era. Al contempo, la missione di Frodo ha implicazioni per il bene di tutti, e non sarebbe concepibile senza l’amicizia con Sam e Gandalf, e più in generale senza la Compagnia dell’Anello che lo accompagna. Queste due dimensioni – individuale e ‘comunionale’ – non sono in opposizione in Tolkien ma semmai sono due poli imprescindibili della stessa esperienza, come due eliche dello stesso DNA narrativo (la ‘missione’, nelle sue varie accezioni semantiche). Dividerle ed opporle è tentazione costante nella storia umana, che necessariamente genera violenza, come dimostrato dalle grandi ideologie del Novecento (comunismo e individualismo, nelle sue varie forme). A 50 anni dalla morte di Tolkien, un dialogo su uno dei paradossi chiave del Signore degli Anelli, che spiega anche molto del suo fascino e contenuto profetico.
Tolkien e Lewis: l’amicizia che plasmò due mondi.
Due menti luminose, unite dal mito. Questa è la storia di un legame che fece nascere mondi immortali. Quando pronunciamo i nomi di J.R.R. Tolkien e C.S. Lewis, evochiamo immediatamente due universi narrativi che hanno ridefinito il fantastico moderno: la Terra di Mezzo e Narnia. Ma dietro queste creazioni immortali, c’è un’altra storia, meno nota (forse), ma altrettanto affascinante: quella di un’amicizia intensa e, a tratti, complessa, che ha plasmato entrambi gli autori e il panorama letterario del Novecento. Questa è la storia di due professori di Oxford che si incontrarono in un martedì di maggio del 1926, divennero fratelli intellettuali e spirituali, costruirono insieme mondi di parole e miti, per poi allontanarsi lentamente, lasciando dietro di sé un’eredità indelebile e domande ancora aperte.









