SUB TUTELA DEI

Il giudice Rosario Livatino

L’oratorio di San Giovanni: la memoria storica degli urbinati.

Il visitatore che entra nell’oratorio di San Giovanni ha come un sobbalzo al cuore per la meraviglia e la forza dei cromatismi che si dispiegano davanti ai suoi occhi: il gioco dei colori che variano fra il rosa, il nero, il verde tenero e il blue elettrico sono così assemblati tra loro che è come se si rincorressero nella scena donandole quel realismo e suggerendo tutte le sfumature e la ricchezza di particolari che la vita dona. La scuola dei fratelli Salimbeni fa parte di quel fenomeno artistico che va sotto il nome di gotico internazionale, in quanto rappresenta il gusto e i valori delle corti europee dell’epoca.

I nostri antenati del 1400, le cui figure e volti sono stati fissati una volta per tutte nella folla che segue le diverse scene dedicate al precursore di Cristo, dovevano sperimentare nell’entrare in questo luogo lo stesso sentimento del sublime che colpisce il visitatore di oggi. In particolare nei mesi primaverili/estivi quando la luce del sole attraverso le monofore (piccole aperture) andava a riflettersi sui vetri a specchio incastonati nelle ali degli angeli che circondano Dio Padre nella scena del battesimo di Gesù, i diversi eremiti e penitenti, fra cui anche il nostro terziario francescano Giovanni Pelingotto, potevano fare esperienza della bellezza e meraviglia paradisiaca già su questa terra. Gli affreschi ci parlano di una cultura che era capace di valorizzare tutte le diverse dimensioni dell’umano non solo quelle intellettuali ma anche quelle emozionali ed affettive.

Esiste una partecipazione feriale dei personaggi agli episodi sacri: nelle scene, la vita quotidiana dell’epoca (scene di caccia con falconiere) si fonde con gli episodi della vita del Battista e arricchisce di immagini la narrazione pittorica, come se la presenza di Gesù e del Vangelo continuasse ad accadere nel tempo presente. La differente umanità e reazione dei personaggi e la loro partecipazione psicologica sono rappresentate con potente realismo e possiamo leggere nei visi dipinti tutta la gamma dei sentimenti umani: l’indifferenza, il dubbio, la curiosità, lo sconforto, il dramma (in tutte le sue gradazioni) e la fede.  Vengono utilizzati anche diversi tasti simbolici per aiutare lo spettatore ad entrare nella profondità del significato dell’opera: il cane che si trova dipinto in diverse scene e rappresenta la purificazione e nello stesso tempo richiama la fedeltà del Battista verso il suo “padrone”; il pellicano, simbolo cristologico per eccellenza: all’epoca, si credeva,  che  il pennuto fosse solito percuotersi fino a far cadere gocce di sangue sui propri piccoli, che così venivano nutriti e restituiti alla vita, così come Cristo da il suo sangue per gli uomini e li rende partecipi della sua resurrezione.

Il ciclo è volto, attraverso gli episodi della vita adulta di San Giovanni, ad accompagnare lo sguardo verso la parete di fondo dove domina la scena del calvario in cui il dramma cristologico coinvolge il cielo e la terra, il volto dei diversi personaggi evidenziano questa partecipazione drammatica al dolore del mondo, anche se in maniera diversa, e il dolore innocente, come quello del Cristo, viene rappresentato attraverso i volti sconvolti dei bambini che ne amplificano la visione. La Vergine Madre giace svenuta sotto il calvario segno della sua partecipazione totale al dolore del Figlio e le stesse creature angeliche piangono la morte di Cristo (cosa che non si addice ad un angelo). Sicuramente questo ciclo pittorico è tra i monumenti più insigni di Urbino dopo il Palazzo Ducale e dovrebbe essere maggiormente valorizzato e visitato anche dai cittadini perché qui ritrovano la bellezza e i volti di quella fede popolare che le confraternite del passato ci hanno tramandato.

Alfredo Sparaventi

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2024-04-28T19:13:28+02:00

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